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LA BREVE STAGIONE DE "IL PUNTO"

di Vincenzo Sena

 Dal settembre 1970 al luglio 1971, a Canicattì, a forza di numeri unici, perché mai registrata all'albo, (il sedicente Direttore responsabile non era un pubblicista, ma semplicemente un professore di italiano e storia all'ITCG Galilei della città), nelle edicole appare una nuova testata giornalistica: Il Punto, come viene da tutti conosciuta e ricordata.

Ma dire che il giornale "appare nelle edicole" è comunque un po' altisonante, perché, ad onor del vero, Il Punto (titolo tutt'altro che originale, lo riconosco solo adesso, a distanza di più di trent'anni) fu accolto poco entusiasticamente da una delle due edicole allora operanti nella nostra città, che ne vendeva appena qualche copia, ma veniva in gran parte diffuso con quella che allora si chiamava "diffusione militante" o spedito per posta alla cinquantina di abbonati "sparsi per il mondo", (soprattutto in USA!) dove un mio amico personale e un amico di un sostenitore, prima che uscisse il secondo numero (ormai dichiaratamente di sinistra, che allora era come dire "comunista") si erano impegnati a trovarci degli abbonati; o veniva fatto circolare nelle scuole con la "complicità" di alunni di sinistra e simpatizzanti tali.

Allora essere dichiaratamente di sinistra - eravamo a Canicattì in piena atmosfera sessantottina - non era un motivo di merito, anzi tutto il contrario, si era considerati "pericolosi sovversivi". E il modo diretto con cui venivano affrontati temi e ruoli di personaggi conosciuti della vita socio-politica locale non era certo consueto e rassicurante per molti, anche della sinistra ufficiale, che ci consideravano un po' estremisti, perché in fondo eravamo palesemente extraparlamentari, come noi stessi spesso ci dichiaravamo. Questo termine allora era molto usato tra chi non si riconosceva nei partiti del cosiddetto "arco costituzionale", cioè i partiti rappresentati in Parlamento.

Cosa d'altronde che veniva confermata dalla firma di alcuni collaboratori che nei primi numeri sono intervenuti con articoli e contributi su varie tematiche, i quali o erano militanti del Circolo studentesco, prima, o erano della sezione di Lotta Continua, dopo, che proprio in quegli anni nel nostro Centro conduceva una forte azione di intervento politico non solo in ambito studentesco, ma anche tra lavoratori edili e braccianti agricoli.

Però bisogna aggiungere ancora una considerazione,  a conclusione di questa un po' troppo lunga premessa : il nostro "estremismo", per quanto mi riguarda, soprattutto, alla luce dei fatti,  era soltanto puramente verbale o appariva tale, solo perché in un'atmosfera lungamente stagnante e apatica verso certi problemi e certe situazioni locali, che spesso si manifestava attraverso un linguaggio, in altre testate presenti nel territorio, piuttosto stantio e formalmente asettico, dire pane al pane, usare un linguaggio diretto, come dicevo prima, e non fermarsi davanti a denunce solo generiche, ma fare nomi, affrontare icone ritenute da tutti intoccabili ( allora si diceva "smitizzare"), denunciare, sia pure politicamente, senza peli sulla lingua certe forti contraddizioni che era presenti nella nostra "società civile" o nell'ambito amministrativo , politico ed economico della nostra città, che da vetero-agricola, con i primi vigneti "capitalisticamente" impiantati, diventava "ricca", senza che a ciò si accompagnasse uno sviluppo socio- culturale adeguato, il nostro modo di esternare le nostre idee appariva dirompente e perciò, ingiustificatamente e superficialmente, secondo me, pericoloso. In sostanza, il mio modo di concepire l'azione politica era legalitario, democratico, libertario, contenutisticamente entro i crismi della dialettica costituzionale e non del sovversivismo destabilizzante.

Come si può leggere "nell'editoriale - manifesto" del primo numero (La Scuola a la Comunità, di cui Il Punto è la naturale filiazione, come vedremo più avanti): " La Scuola non è scuola se non si apre alla Comunità civile che la comprende, né la Comunità è veramente Comunità se della scuola, liberamente e democraticamente intesa, non si sostanzia e si vivifica. 

La Scuola e la Comunità (primo numero, settembre 1970), nasce come giornale della classe (non ancora "di classe", come si diceva allora) V B comm.le dell'Istituto Galilei, e,  pur non  rifiutando, a priori, incursioni nel sociale e nel politico (vedi "Notiziario", a pag. 11) voleva essere un giornale della scuola e per la scuola, almeno per il primo numero e il secondo.

Ancora dall'editoriale: " E' la Scuola (n.b. : con la esse maiuscola) che esce fuori dalla sua inutile se non dannosa torre d'avorio ( immaginarsi la scuola agli inizi degli anni settanta, una vera torre d'avorio, chiusa in se stessa, monolitica, senza alcun dibattito interno, a tutti i livelli) per entrare nella Comunità ed analizzarla, studiarla e possibilmente scuoterla, provocandola, e quindi cambiarla e migliorarla  (ecco la motivazione politica, che poi si farà predominante)...questo lo spirito del nostro giornale, che vuole essere un periodico - mensile - al servizio della " nuova società" che ci proponiamo di attuare (santa utopia che si accompagnava a tutte le "imprese" immediatamente successive al Sessantotto!).

Dal terzo numero - non dal secondo, come succederà dopo - saremmo passati alla Società ( sempre restando nell'ambito scolastico, ma la scuola poi non ce lo permetterà e abbiamo dovuto letteralmente trovarci una sede  - Il circolo ENAL! di cui ero presidente, prima, e dopo, casa mia -).

Rileggendo quel primo, in assoluto, editoriale da me scritto, malgrado alcune che adesso considero "ingenuità", mi rendo conto che dimostravo di conoscere male il mondo della politica come comunemente si intende e si intendeva allora, ed è ed era ancor più a quei tempi (regno del tornaconto, della partigianeria, del realismo miope, ecc.), ma certamente avevo le idee chiare su quello che ci proponevamo.

A proposito delle tanti problemi che avremmo affrontato nei prossimi numeri " Il materiale - dicevo e ribadivo - non manca, la buona volontà e l'entusiasmo nemmeno, mancano…i soldi. E più avanti, e concludo questa parte del discorso : "…la nostra iniziativa , nata al di fuori di ogni direttiva di partito non può non avere effetti politici e civili, proprio perché essa è nata con l'intendo di studiare e contribuire a cambiare l'ambiente umano e naturale che ci circonda"…Il primo e secondo numero tratteranno del problema della scuola in ogni suo ordine e grado…".

Nel prospetto delineato nell'editoriale il giornale avrebbe avuto in un certo senso carattere monografico, ma forse , proprio perché tutto era stato pensato a tavolino, con il secondo numero e poi in seguito, sempre sospinti dall'urgere delle contingenze, il piano viene del tutto scombussolato e si finisce col parlare di tante cose : nel giornale entra la cronaca spicciola, la denuncia politica, la volontà di esprimere idee e giudizi sugli eventi della società circostante , la polemica, l'inchiesta su problemi di vario genere legati alla situazione locale, la presa di posizione in occasione di eventi elettorali, ecc.

Per non farla lunga e per dare un'idea delle vicissitudini attraversate dal giornale nel suo breve anno di vita, diciamo subito che già dal secondo numero abbiamo IL PUNTO (ma di SCUOLA E COMUNITÀ), come appare nel sottotitolo, il terzo numero è IL (NUOVO) PUNTO, il quarto IL PUNTO (VISTA) e così via, sempre con sottotitoli diversi, fino all'ultimo numero, che esce nel luglio del 1971. Tutto ciò per evitare eventuali interventi inibitori da parte dell'ordine dei giornalisti, visto che, né il Direttore né i collaboratori, quasi sempre diversi e possiamo dire occasionali, erano dei pubblicisti, come richiedeva e richiede la legge, per cui ci si poteva imporre di non pubblicare più il giornale.

Devo dire una cosa, comunque, allora non c'erano le "restrizioni" che ci sono adesso. Tant'è vero che nessuno mai, in tutto quell'anno, per quanto io ne sappia, mi abbia mai fatto cenno a questa possibilità. Sono stato io che. avendo saputo, non so come, che almeno il Direttore doveva essere iscritto all'Albo, mi sono imposto questa "finzione" dei sottotitoli.

Il giornale chiuse, perché erano finiti i soldi racimolati prima dell'inizio di questa che adesso io considero una "grande avventura". Come detto sopra, avevamo raccolto, tra contributi "volontari"  di sostenitori e abbonamenti circa un milione di allora, che, facendo i conti a lume di naso, per dieci mesi, fanno circa centomila lire a numero. ( Chissà quanto costa un giornale di quella portata ai giorni nostri!).